Arte dei Maestri di Pietra e Legname

L'Arte dei Maestri di Pietra e Legname era una delle Arti Minori delle corporazioni di arti e mestieri di Firenze.

La corporazione
I membri di questa corporazione lavoravano tutti nel settore edilizio: architetti, muratori, capimastri e tutti gli artigiani impiegati nelle numerose attività connesse alle costruzioni. Nel Medioevo la maggior parte delle abitazioni era costruito in legno e mattoni intonacati; solo le chiese ed i palazzi erano interamente realizzati in pietra, anche se spesso i tetti erano sostenuti da poderose capriate lignee, come ancora oggi si può vedere nella chiesa di S. Croce.
Anche le strutture sporgenti delle torri erano in legno, così come le tipiche costruzioni a sporti, dove grandi travi infilate in alcune buche sorreggevano i ballatoi e le bertesche aggettanti. Del resto è noto come il Duecento sia l'epoca delle case torri e delle consorterie, un periodo di belligeranza continua tra i membri delle fazioni avverse, che si combattevano tra loro a colpi di pietre o altre munizioni, a volte con l'ausilio di vere e proprie macchine da lancio posizionate sulla vetta della torre.

Il funzionamento dei cantieri
Nel XIII secolo presero lentamente forma tutti i maggiori edifici civili e religiosi della città: i ponti, le mura, la cattedrale, le chiese degli ordini più importanti ed il Palazzo Vecchio, sede del Comune.
Firenze doveva essere come un enorme cantiere ed il lavoro certo non mancava ai maestri di pietra e legname; come per gli appartenenti ad altre categorie professionali, anche nell'edilizia l'assegnazione dei compiti era rigidamente ripartita. Il capomastro direttore dei lavori era detto magister operis e giungeva a questa carica dopo anni di esperienza grazie alla quale era in grado di progettare edifici e macchine, organizzare il cantiere dal punto di vista pratico e supervisionare l'esecuzione dei lavori. Il maestro era dunque un architetto-ingegnere, ma non era l'unica figura professionale di riferimento nel cantiere; con lui collaboravano il maestro lapicida, il maestro carpentiere e il direttore per la posa dei tetti, che pur mantenendo un ruolo subalterno alla sua direzione generale, svolgevano un compito sostanzialmente diverso e più specializzato. L'attribuzione dell'appellativo di maestro in opera, a parte dei casi eccezionali, non si traduceva in particolari privilegi a titolo retributivo o di qualsiasi altro genere; la giornata lavorativa aveva così la stessa durata per tutti, 12 ore in estate e 8-9 in inverno, durante le quali, maestri ed operai condividevano gli stessi spazi.
A questo proposito, la costruzione della cattedrale di Santa Maria del Fiore appare esemplare; alla carica di capomastro della fabbrica del duomo, infatti, si succedettero Arnolfo di Cambio, Giotto, Andrea Pisano e Francesco Talenti. Ma la figura più emblematica a questo riguardo resta Filippo Brunelleschi e la storia della sua cupola.

La cupola di Brunelleschi
Concepita come coronamento dell'immensa fabbrica del duomo, apparve fin dall'inizio un'impresa molto ardua da portare a termine, sia per la complessità dal punto di vista tecnico, visto che dai tempi del Pantheon nessuno si era più accinto alla costruzione di una cupola dal diametro così grande, che per gli enormi costi di realizzazione. Le tecniche tradizionali, che prevedevano l'utilizzo di armature provvisorie costituite da travi di legno appoggiate ai lati del tamburo, non avrebbero mai potuto sostenere il peso della muratura; l'unica soluzione era quella di innalzare una cupola senza centine e nonostante lo scetticismo generale, il progetto di Brunelleschi venne definitivamente approvato nel 1420.
Brunelleschi fu nominato provveditore della cupola, ma a testimonianza del clima di incertezza e nervosismo che accompagnò i lavori, venne inizialmente affiancato nell'incarico da Lorenzo Ghiberti e due sostituti, Giuliano d'Arrigo e Giovanni di Gherardo da Prato, vice di Ghiberti, che non risparmiò aspre critiche alla sua direzione. Il modesto stipendio assegnato ai quattro capomastri era di 3 fiorini al mese. La caparbietà di Brunelleschi e l'inadeguatezza del Ghiberti spinsero presto l'Opera del Duomo a nominarlo governatore capo della fabbrica nel 1423; il nuovo contratto prevedeva per lui un impegno esclusivo fino al termine dei lavori ed un sensibile aumento di stipendio, che passò a 100 fiorini l'anno, mente Ghiberti continuò ad essere retribuito con i 3 fiorini pattuiti in precedenza fino al 1433 per la sua consulenza esterna e saltuaria.
Da quel momento Brunelleschi si assunse la piena responsabilità della realizzazione del progetto, verificando personalmente le progressive fasi di esecuzione materiale dei lavori, occupandosi anche del trasporto dei materiali impiegati nella costruzione e del loro sollevamento; realizzò così, a sue spese, un battello per far giungere più velocemente i mattoni e le pietre dalle cave ed i macchinari per innalzarli sui ponteggi. Organizzò i turni di lavoro e le squadre di operai, divise in gruppi di otto per procedere in modo uniforme su tutti i lati e fece allestire un punto di ristoro per la pausa pranzo, per evitare che gli uomini perdessero tempo nello scendere a terra e risalire. Brunelleschi fu un sovrintendente attento e scrupoloso e benché sia l'autore di numerosi altri edifici a Firenze, il suo nome resta comunque legato alla cupola, il suo autentico capolavoro.

Il pericolo degli incendi
Mentre i monumenti in stile gotico e rinascimentale prendevano forma però, molti altri venivano distrutti da quella che era la calamità più ricorrente del tempo, gli incendi, che scoppiavano di frequente e si propagavano con facilità proprio per la presenza di numerose strutture in legno, nelle case illuminate esclusivamente con le candele ed i lumi ad olio. Gli iscritti a questa corporazione agivano così anche da pompieri, accorrendo sul luogo dell'incendio insieme ai consoli dell'Arte, ma difficilmente riuscivano ad arginare la potenza devastante del fuoco. Dino Compagni racconta infatti della portata distruttiva del rogo appiccato in città nel 1304 dai capi di Parte Nera, che si servirono del micidiale intruglio conosciuto come fuoco greco, per distruggere le case dei Cavalcanti; l'incendio divampò attaccando anche le altre abitazioni e distrusse molti altri palazzi e botteghe nell'area compresa tra il Mercato Vecchio (oggi Piazza della Repubblica) ed il Ponte Vecchio, sotto lo sguardo impotente dei fiorentini: "Arsono più che 1900 magioni: e niuno rimedio vi si poté fare [...]. Arse tutto il midollo e tuorlo e cari luoghi della città di Firenze". (Dino Compagni Cronica)

Membri celebri
Era iscritto alla corporazione Andrea Orcagna, immatricolatosi nel 1352.
Nonostante nel Quattrocento, con l'avvento della signoria medicea, il ruolo politico delle Arti fosse stato sensibilmente ridimensionato, l'iscrizione per l'esercizio di una professione restava ancora obbligatorio; paradossalmente Filippo Brunelleschi rifiutò di rinnovarla nel 1434 e per questo venne arrestato e messo in prigione, da cui uscì soltanto grazie all'intercessione dell'Opera del Duomo.

I patroni
L'arte dei maestri di pietra e legname scelse i Quattro santi coronati come loro protettori; secondo la leggenda, Claudio, Nicostrato, Sinfronio e Castorio erano degli scultori romani convertitisi al Cristianesimo e quando si rifiutarono di scolpire una statua di Esculapio per l'imperatore Diocleziano, vennero martirizzati scorticati vivi.
Le statue all'interno della nicchia di Orsanmichele vennero eseguite da Nanni di Banco nel 1408 circa; un curioso aneddoto riporta l'imbarazzo di Nanni quando si accorse che le sue figure non riuscivano ad entrare nello stretto spazio del tabernacolo e dovette perciò chiedere consiglio al più esperto Donatello, che gli offrì il suo aiuto in cambio di una cena offerta ai garzoni della sua bottega; in realtà i quattro personaggi sono stati scolpiti in tre blocchi di marmo, per cui i due personaggi di destra sono stati ricavati da un unico blocco.

Bibliografia
- M. Giuliani, Le Arti Fiorentine, Firenze, Scramasax, 2006.
- Cattedrali del mistero, a cura di Angela Cerinati, Firenze, Giunti, 2005.
- D. Balestracci, Quando vedevano levarsi un fil di fumo, in Medioevo, III, n. 12 (35), dicembre 1999.

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